Estranei
Haigh riesce a scavare nelle debolezze e nella sofferenza dell’animo umano con tanta delicatezza. La macchina da presa sembra abbracciare, sfiorare i due amanti fino a entrare nei loro ricordi per trasformarli in immagini vive, spettri del passato.
A dodici anni di distanza dal bellissimo Weekend (2011), Andrew Haigh torna con Estranei dentro una palazzina semi deserta nella periferia londinese per raccontare una nuova storia di amore e solitudine, liberamente ispirata al romanzo omonimo di Taichi Yamada. Da un altro dei suoi film più recenti, 45 Anni (2015), riprende invece il tema della mancata accettazione del lutto, che qui diventa ancora più centrale.
Adam (Andrew Scott) è uno scrittore di sceneggiature senza molto successo, vive nella più completa solitudine e non hai mai superato la morte dei suoi genitori avvenuta per un incidente stradale quando aveva solo 12 anni. Una sera però un ragazzo, Harry (Paul Mescal), bussa alla sua porta. I due hanno spiriti molto affini, ma soprattutto ferite in comune. Forse per entrambi “il potere dell’amore purificherà la loro anima e terrà i vampiri lontano dalla porta”.

Harry è un ragazzo alla deriva in cerca di un ultimo appiglio che gli impedisca di cadere nel baratro. Adam invece è un uomo ancorato alla sua infanzia che non può andare avanti perché incapace di superare una sofferenza troppo grande per lui. Tra loro ci sono 17 anni di differenza, un vero e proprio gap generazionale, considerando come sia cambiato negli anni essere omosessuale nei confronti della società. Per Adam, quarantenne, la parola “queer” è ancora un insulto, meglio dire “gay”. Per Harry invece, cresciuto negli anni ‘90, è il contrario. Adam porta ancora dentro di sé i traumi degli anni in cui essere gay voleva dire avere la paura costante di contrarre l’Aids, allora una malattia mortale. Il suo mondo è ancora molto legato agli anni ’80, più precisamente fermo alla notte dell’incidente dei suoi genitori, e Haigh lo sottolinea con la colonna sonora, la fotografia sui colori caldi, fino ai vestiti di entrambi, come se Adam vedesse anche il presente filtrato dai suoi occhi e trasposto al passato. Tanto che a volte la realtà si mescola coi suoi ricordi e la sua fantasia. Il suo dolore prende forma, si fa fisico o meglio metafisico.

Haigh riesce a scavare nelle debolezze e nella sofferenza dell’animo umano con tanta delicatezza. La macchina da presa sembra abbracciare, sfiorare i due amanti fino a entrare nei loro ricordi per trasformarli in immagini vive, spettri del passato con cui si ha ancora qualcosa in sospeso. L’intesa tra Harry e Adam, merito anche dei due magnifici attori, è perfetta e diventa il fulcro del film. Sono importanti le parole quanto gli sguardi, i sorrisi abbozzati o i gesti, il modo di toccarsi, sempre molto leggero, come se, riconoscendo l’uno le fragilità dell’altro, abbiano paura di rompersi toccandosi troppo forte. Intorno ai loro corpi che riempiono lo schermo, tutto è sfocato. Lo è lo spazio, a partire dalla palazzina spettrale nel suo essere quasi vuota, fino agli altri luoghi esterni sempre senza una precisa localizzazione e con distanze irreali. E lo è anche il tempo, indefinito, sospeso, come se i personaggi si trovassero in un limbo fuori dalla realtà.
Con una delicatezza e dolcezza fuori dal comune, un’opera che oggi possiamo definire la prova di maturità raggiunta dal regista, Estranei racchiude tutto questo in modo assolutamente organico e cinematografico. Funziona la messa in scena e funziona la storia che rapisce lo spettatore, travolgendolo con emozioni potenti che scaturiscono dalla visione di questo amore, il quale, parafrasando le parole dei Frankie Goes To Hollywood nella canzone The Power Of Love, “diventa luce, tiene a bada il male, spaventando il buio per allontanarlo”.
Estranei
USA, UK, 2023
Regia: Andrew Haigh
Cast: Andrew Scott, Paul Mescal


