In sala

Odissea (The Odyssey)

Christopher Nolan reinterpreta il mito di Ulisse per riflettere sulla responsabilità morale di chi impiega il proprio ingegno per dare forma a uno strumento di distruzione, trasformando il viaggio di ritorno a Itaca in un percorso dominato dal senso di colpa più che dalla riconquista eroica.

Negli anni Cinquanta, quando i televisori cominciavano a entrare nelle abitazioni, Hollywood rispose alla crescente concorrenza del piccolo schermo producendo film nel formato panoramico Cinemascope, puntando su un’esperienza audiovisiva impossibile da riprodurre nell’ambiente domestico. Oggi, in un’epoca in cui lo streaming ha profondamente trasformato le modalità di fruizione del cinema, la sala continua a sopravvivere. Autori come James Cameron e Christopher Nolan sfruttano le più avanzate possibilità offerte dalla tecnologia cinematografica contemporanea, pur percorrendo strade profondamente differenti. Cameron ricorre ampiamente alla CGI e alla tecnologia 3D, mentre Nolan privilegia gli effetti pratici e l’impiego di cineprese IMAX, girando su pellicola da 70 mm. Nonostante tali differenze, entrambi condividono il medesimo obiettivo: offrire uno spettacolo cinematografico impareggiabile, capace di confermare la sala come il luogo privilegiato della visione filmica. Tuttavia, sia Cameron sia Nolan non sono autori interessati esclusivamente allo spettacolo. Entrambi i registi concepiscono il cinema come uno strumento di riflessione, invitando lo spettatore a svolgere un ruolo attivo nell’interpretazione dell’opera. Nel caso di Nolan, la complessità della struttura narrativa non costituisce un semplice gioco intellettuale, ma un autentico strumento conoscitivo. Come osserva Luca Malavasi nel suo saggio dedicato al regista britannico, la forma del film si adatta al fenomeno che intende rappresentare. Se la memoria è frammentata, anche il racconto sarà frammentato; se il tempo procede secondo ritmi differenti, anche il montaggio seguirà quella logica; se la coscienza di un personaggio è attraversata da ricordi, sensi di colpa e conseguenze che si intrecciano, il film metterà in scena proprio tale intreccio. Nel cinema di Christopher Nolan la complessità formale non rappresenta dunque un esercizio di virtuosismo narrativo né un fine autoreferenziale, ma il mezzo attraverso cui il cinema interroga i propri limiti rappresentativi, elaborando nuove forme espressive capaci di rendere visibili dimensioni della realtà altrimenti inaccessibili all’esperienza ordinaria.

Anche in quest’ultima opera, adattamento dell’Odissea di Omero, Nolan ripropone alcune delle caratteristiche più ricorrenti del proprio cinema, introducendo al tempo stesso significativi elementi di novità. Innanzitutto, continua la ricerca sulla monumentalità delle immagini, valorizzata dall’impiego del formato 70 mm e all’utilizzo delle cineprese IMAX, capaci di immergere fisicamente il pubblico all’interno delle inquadrature. Immersione favorita anche dalla colonna sonora, che soprattutto grazie a un accompagnamento musicale extradiegetico di grande impatto, contribuisce a restituire allo spettatore un’esperienza sensoriale ed emotiva estremamente coinvolgente.
Tuttavia, come già osservato, nel cinema di Nolan la spettacolarità non costituisce mai un fine in sé. La forma cinematografica diventa lo strumento attraverso cui il regista stimola la partecipazione cognitiva e intellettuale dello spettatore, modellandosi costantemente sui temi e sui conflitti interiori messi in scena. La rottura della linearità temporale ritorna anche in quest’opera, nella quale eventi appartenenti a tempi e luoghi differenti si alternano continuamente. Come Leonard Shelby in Memento, anche Ulisse (Matt Damon) è impegnato nella ricostruzione della propria memoria e nella ricerca della propria identità, compromessa dall’oblio indotto dalla ninfa Calipso (Charlize Theron). La struttura narrativa, costruita attraverso un montaggio che intreccia costantemente presente e passato, accompagna lo spettatore nel graduale recupero della memoria del protagonista e nella progressiva scoperta della sua responsabilità morale. Nolan ripropone così uno dei principi più caratteristici della propria poetica: la realtà non si offre mai come immediatamente conoscibile, ma si rivela progressivamente attraverso ricordi frammentari, punti di vista parziali e una continua ridefinizione del significato degli eventi. La frammentazione temporale non rappresenta quindi un semplice virtuosismo formale, ma il dispositivo narrativo attraverso cui lo spettatore condivide il medesimo percorso conoscitivo del protagonista. Più che un percorso di maturazione nel quale l’eroe supera una serie di ostacoli fino a riconquistare la propria identità di re, marito e padre, l’Odissea di Nolan diventa soprattutto una riflessione sul tormento interiore e sul senso di colpa di Ulisse. Ciò che il protagonista ritrova scavando nel proprio passato è il peso della responsabilità morale derivante dall’inganno del cavallo di Troia.
Il tema dell’inganno, già centrale in opere come Memento, The Prestige e Inception, ritorna anche nell’Odissea, dove il cavallo non costituisce soltanto lo stratagemma decisivo per la conquista di Troia, ma anche l’origine del conflitto interiore destinato a segnare irreversibilmente il protagonista. Come in Oppenheimer, anche qui emerge il dilemma morale di chi impiega il proprio ingegno per dare forma a uno strumento di distruzione. Così come, dopo la realizzazione della bomba atomica e il suo impiego su Hiroshima e Nagasaki, J. Robert Oppenheimer arriva a definirsi un «distruttore di mondi», anche il ricordo del cavallo di Troia, artefice della caduta della città e della morte di migliaia di innocenti, diventa per Ulisse il simbolo di una responsabilità morale destinata ad accompagnarlo durante tutto il viaggio di ritorno.
Un vero e proprio fardello che il montaggio, attraverso il già descritto intreccio di passato e presente, restituisce allo spettatore. Infatti, la frammentazione temporale diventa anche la forma cinematografica attraverso cui Nolan rende visibile il senso di colpa di Ulisse, richiamando continuamente la notte della caduta di Troia. Tale senso di colpa trova inoltre una personificazione nella dea Atena (Zendaya), che assume le sembianze di una sacerdotessa troiana uccisa durante il saccheggio della città e che accompagna Ulisse lungo il viaggio di ritorno, richiamandogli costantemente la responsabilità delle proprie scelte.
Ulisse è consapevole del fatto che l’utilizzo del suo ingegno nella costruzione del cavallo, concepito per porre fine a un conflitto estenuante durato dieci anni, scatena un’ondata di barbarie che determina non solo il crollo della città di Troia, ma mette anche in discussione la retorica eroica e la presunta superiorità morale degli Achei. Una lettura che consente di istituire un parallelismo non solo con la conclusione della Seconda guerra mondiale, segnata dall’impiego della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, ma anche con i numerosi conflitti contemporanei, nei quali il diritto internazionale appare spesso incapace di impedire atrocità e violenze ai danni della popolazione civile. Guerre alimentate dalla brama di potere di uomini che si percepiscono superiori agli altri, come Agamennone (Benny Safdie), la cui imponenza fisica, la stazza massiccia, i movimenti lenti e imperiosi e le frequenti inquadrature dal basso gli conferiscono una presenza scenica che richiama iconograficamente Darth Vader della saga di Star Wars, pur senza condividerne il medesimo ruolo narrativo o la medesima caratterizzazione psicologica.
La brutalità dell’esercito greco trova una significativa rappresentazione nella sequenza ambientata nella dimora di Circe (Samantha Morton), la quale trasforma i soldati in maiali, rendendo esteriormente visibile la loro completa sottomissione agli istinti più bestiali. La trasformazione presenta un evidente richiamo al body horror di David Cronenberg o di John Landis in Un lupo mannaro americano a Londra, grazie a effetti pratici che restituiscono un’impressione di forte realismo corporeo.
Anche la sequenza ambientata nella caverna di Polifemo rappresenta il riflesso mostruoso della brutalità che accompagna i Greci dopo la distruzione di Troia. Nolan combina efficacemente effetti pratici ed effetti digitali, mentre il montaggio, la fotografia e il sonoro costruiscono una rappresentazione profondamente inquietante del ciclope e una tensione crescente durante il tentativo di fuga di Ulisse e dei suoi compagni. In entrambe le sequenze il regista dimostra di sapersi confrontare con atmosfere horror, piuttosto insolite all’interno della sua filmografia. L’orrore diventa così la forma cinematografica attraverso cui Nolan rende visibile la degradazione morale prodotta dalla guerra, rafforzando ulteriormente la riflessione sulla responsabilità umana che attraversa l’intero film.
Un’altra caratteristica ricorrente del cinema di Nolan, presente anche in quest’opera, risiede nell’importanza attribuita agli oggetti simbolici. Se il cavallo di Troia rappresenta un’invenzione capace di generare morte e distruzione, come la bomba atomica di Oppenheimer, la statuetta di Atena simboleggia invece il legame profondo che unisce Ulisse (Matt Damon) a Penelope (Anne Hathaway), a Telemaco (Tom Holland) e alla sua amata Itaca, richiamando, per funzione simbolica, l’orologio di Interstellar.
È proprio questo legame affettivo a consentire all’eroe di recuperare gradualmente la memoria. Il desiderio di ritornare a Itaca e di riabbracciare la propria famiglia diventa infatti la forza che lo spinge a ricostruire il proprio passato. Tuttavia, l’Odissea di Nolan non propone un ritorno pienamente liberatorio. Pur recuperando la propria identità, Ulisse resta segnato dalle conseguenze delle proprie scelte e l’amore, pur rappresentando la forza che lo guida verso casa, non è sufficiente a cancellare il passato.
L’esilio e la navigazione verso occidente assumono così il significato di una tensione verso la redenzione più che quello di un approdo definitivo. L’ultimo sole che si staglia all’orizzonte rappresenta una meta verso la quale Ulisse tende, senza che sia certo di poterla raggiungere. Non è un caso che il film si chiuda sull’immagine del cavallo di Troia, simbolo di una storia che sembra ripetersi ciclicamente più che procedere verso un autentico progresso: una riflessione che trascende il mito e coinvolge l’intera vicenda dell’umanità, raccontata nei secoli dalla letteratura, dal cinema e da tutte le forme d’arte attraverso linguaggi differenti.

Attraverso alcune delle caratteristiche più riconoscibili del proprio cinema, arricchite da alcuni elementi di novità, Christopher Nolan realizza un adattamento estremamente ambizioso di uno dei testi fondativi della cultura occidentale. Il regista reinterpreta il mito di Ulisse per riflettere sulla responsabilità morale di chi impiega il proprio ingegno per dare forma a uno strumento di distruzione, trasformando il viaggio di ritorno a Itaca in un percorso dominato dal senso di colpa più che dalla riconquista eroica. Ancora una volta Nolan dimostra la propria capacità di coniugare spettacolarità, ricerca formale e profondità tematica, ed è forse soprattutto grazie a quest’intreccio che l’esperienza in sala può sopravvivere.