Civil War
Civil War, Alex Garland, 2023
Mentre, fuori dallo schermo, si avvicina il 05 novembre e le nuove presidenziali americane, nelle immagini cinematografiche di Civil War gli Stati Uniti sono scossi da una nuova guerra civile: da una parte gli stati secessionisti dell’Alleanza della Florida con le Forze Occidentali di Texas e California, dall’altra quel che resta del governo centrale Americano. La fotografa Lee (Kirsten Dunst) e il suo amico e giornalista Joel (Wagner Moura) viaggeranno tra le zone più buie di quest’America post apocalittica/far west per raggiungere l’ultimo fronte attivo della guerra, Washington DC, baluardo del Presidente.
Su queste premesse il regista britannico Alex Garland ci propone, a pochi mesi dal secondo scontro elettorale tra Biden e Trump, un nuovo scenario della prima super potenza occidentale, scardinando e dissacrando fondanti dogmi etici della società americana (e dell’occidente tutto). Come già si è potuto apprezzare nelle passate operazioni dell’autore, in film come Ex Machina, Men, e Annientamento, Garland è bravissimo nel partire da un macrocosmo poco dettagliato al cui interno inserisce un microcosmo accurato e implacabile con cui restituire la violenza fisica e tensione psicologica che permea questi nuovi Stati Uniti, riflesso di una realtà in cui lo scontro politico appare sempre più aspro e aggressivo. Se in Annientamento Garland riusciva a riprendere quella peculiare capacità di Tarkovskij di costruire ambienti con poche coordinate ma dall’enorme capacità espressive – si pensi a Stalker – qui l’esasperazione del conflitto ideologico non ha bisogno di particolari dettagli per essere credibile. Ecco allora un’America dove l’aderenza estrema quelle ideologie che spezzano il paese dalle origini, ha portato all’unico modus operandi unanimemente condiviso: sparare perché si viene sparati.
Ulteriore elemento di interesse è la decisione di Garland di filtrare un simile discorso politico tramite l’occhio del giornalismo e della fotografia di guerra: quasi in dialogo (non solo per questo elemento) con l’ultima opera di Jonathan Glazer, La zona d’interesse, il ruolo che assume lo sguardo di fronte la tragedia umana diviene elemento cardine della pellicola. Quale effetto può avere la reiterazione visiva costante di certi orrori, soprattutto in relazione alle nuove generazioni (ed entra qui in gioco il personaggio della giovane allieva Jessie), e come può porsi la stampa di fronte a certi eventi? Può continuare l’ascesa verso una totale neutralità? E se ciò portasse a un completo disinteresse e dissociazione nei confronti della materia umana per il solo fine feticcio di accumulare spasmodicamente immagini? Se portasse a una condizione di “super partes” nei confronti di tutto? Di quella stessa materia umana?
Tutto ciò è racchiuso in Civil War, prodotto da dall’A24, in uscita nelle sale italiane dal 18 aprile. Con la solita maestria Garland ci trasporta in una realtà nuova, stavolta abbandonando la sua tipica compostezza formale, per trascinare lo spettatore tra caos e quiete, silenzi e il violento stridio dei proiettili, provando a lanciare un ultimo disperato appello per una più che mai necessaria unione fra le parti.
Gabriele Romagnoli


