In sala

ll giardino delle vergini suicide

ll Giardino delle Vergini Suicide, S. Coppola, 1999

Il giardino delle vergini suicide (1999) fa ritorno nelle sale italiane dal 6 al 8 maggio per festeggiare il 25° anniversario del film. Tramite il progetto Il Cinema Ritrovato, la Cineteca di Bologna riporta infatti su grande schermo il film di Sofia Coppola, nel restauro 4K realizzato da Criterion con la supervisione del direttore della fotografia Ed Lachman. Ambientata nella Detroit degli anni ’70, la pellicola narra le vicende delle sorelle Lisbon, cinque adolescenti intrappolate in una vita soffocante e priva di prospettive, che trovano nell’enigmatico suicidio della primogenita Lux il segno di una tragica via di fuga. Delicata e malinconica, l’opera segnò l’esordio della giovane Coppola, attirandole fin da subito l’attenzione di pubblico e critica. 

Coppola dipinge il quadro struggente di una giovinezza imprigionata nelle convenzioni sociali e nelle aspettative soffocanti di una famiglia disfunzionale. La macchina da presa si sofferma sui dettagli, sulle atmosfere rarefatte e sui colori pastello, creando un’estetica che amplifica il senso di disagio e alienazione delle sad girls protagoniste. «Do your time to pay the price for every thing you’ve done wrong, baby» cantano gli Sloan, una delle canzoni della colonna sonora, composta da brani pop e rock dell’epoca che contribuiscono a evocare un’atmosfera nostalgica e malinconica. Come nei film di uno dei riferimenti cinematografici del decennio, David Lynch, Coppola avvolge la storia in un’atmosfera onirica e surreale, dove il confine tra realtà e immaginazione si confonde, ma se Lynch esplora il male con uno sguardo crudo e disturbante la regista ne coglie l’aspetto più poetico, che ci induce a riflettere sulla fragilità dell’animo umano. A riguardo, pur nascendo come adattamento del romanzo culto di Jeffrey Eugenides, Il giardino delle vergini suicide anticipa alcuni temi e stilemi che ritroveremo nei successivi film di Coppola. La figura femminile, spesso fragile e malinconica, alle prese con i limiti imposti dalla società, è un elemento ricorrente nei suoi lavori. L’esplorazione delle dinamiche familiari disfunzionali e l’attenzione ai dettagli estetici, capaci di evocare gabbie dorate erette attorno a emozioni complesse, sono ancora tratti distintivi del suo cinema, come ben dimostra l’ultimo Priscilla.

A confronto con le altre opere della regista, il film rivela certamente alcune affinità con Marie Antoinette (2006), dove la rigidità delle convenzioni sociali soffoca la giovane regina, e ugualmente Lost in Translation (2003), in cui due anime solitarie si ritrovano in un Giappone estraneo e creano un legame profondo e fugace. Le sorelle Lisbon qui cercano anch’esse una via di fuga dalla realtà opprimente, ma il loro tentativo assume una forma tragica e irreversibile, un fato raccontato attraverso una messa in scena già fortemente autoriale la cui estetica segnerà il decennio, influenzando generazioni di cineasti e artisti. La sua bellezza struggente, la sua delicatezza e la sua capacità di evocare emozioni profonde lo rendono un film chiave del cinema americano anni Novanta. Oltre ai temi già menzionati, vale la pena sottolineare la complessa figura maschile nel film, rappresentata da un gruppo di adolescenti ossessionati dalle sorelle Lisbon ma incapaci di comprenderle e salvarle. Il loro voyeurismo morboso amplifica il senso di tragedia e sottolinea l’incomunicabilità che regna tra i personaggi.

La prima pellicola di Sofia Coppola è una poesia toccante che esplora con sensibilità i temi del disagio adolescenziale, dell’alienazione e del potere distruttivo delle convenzioni sociali. Un’opera prima di grande valore che ha consacrato la regista come una delle voci più interessanti del cinema contemporaneo.

Paola Monteverde

Caltagirone, classe 1995. Siciliana trapiantata a Roma, attualmente studentessa presso la facoltà di Roma Tor Vergata Beni culturali indirizzo cinema.Cresciuta a cannoli e horror mi trasferisco nella capitale del cinema per seguire la mia passione. Ho collaborato come assistente al montaggio per un documentario su Gabriella Ferri andato in onda sulla Rai. Appassionata di poesia, dell'odore delle pellicole e dei pop corn in sala. Amo il cinema horror, slasher, cinico, spietato, drammatico, visionario, malinconico, queer. Odio le serie tv troppo lunghe, i cinepanettoni, guardare i film da pc. Per il progetto MABUSE rivesto il ruolo di grafica, social media menager, redattrice, a volte speaker radiofonica.