La città proibita, recensione film Mainetti
In sala

La città proibita

Gabriele Mainetti torna a raccontare una storia che mescola azione e divertimento nel suo terzo atto d’amore verso la città di Roma, oltre che il suo film più maturo e compiuto.

«Da voi tutto è permesso e nulla è importante, da noi niente è permesso e tutto è importante».
Attraverso queste parole si incontrano due culture lontanissime tra loro, quella italiana e quella cinese, nella nuova opera di Gabriele Mainetti distribuita nelle sale italiane nel marzo del 2025. Dopo l’incoraggiante successo di Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) e Freaks Out (2021), che trasportavano abilmente in Italia dinamiche e generi cinematografici quasi mai sperimentati nel nostro paese, il regista romano torna dietro la macchina da presa per ciò che lui stesso ha definito la sua terza «lettera d’amore alla mia città».

Dalle montagne più nascoste della Cina alle caotiche strade dell’Esquilino, una giovane ragazza, Mei (Yaxi Liu), va in cerca della sorella perduta, trovando però solamente l’impacciato Marcello (Enrico Borello), eccellente cuoco del ristorante gestito, in modo non altrettanto eccelso, dalla madre Lorena (Sabrina Ferilli). Vorticoso e trascinante, il film catapulta lo spettatore in un flusso di immagini dal ritmo incalzante sin dalla prima grande sequenza di combattimento, in cui vediamo un’agilissima Mei (tutte le coreografie sono svolte dall’attrice stessa) fare letteralmente a pezzi gli sgherri e il ristorante, “La città proibita” appunto, del boss Mr. Wang (Chunyu Shanshan). Poi, improvvisamente, si torna a respirare un’aria familiare ascoltando, appena fuori in strada, gli insulti tipicamente romani: con ironia e leggerezza, nel corso della storia Mainetti elogia ancora una volta le meraviglie di Roma e dei suoi abitanti e ne svela vizi e atteggiamenti negativi, ma lo fa al tempo stesso avvicinando culture e società così distanti, che forse lo sono solo apparentemente…

Diventa esemplare, in questo senso, il personaggio di Annibale (Marco Giallini), forse il più interessante e profondo mai creato dal regista: egli è colui attraverso il quale meglio si esplicita la dinamica dello scontro culturale, con offese e insulti costanti agli immigrati e contemporaneamente uno sfruttamento degli stessi per i propri interessi criminali. L’interpretazione di Giallini è sensazionale e trasforma Annibale, viscido, rozzo ma così intimamente umano e vicino a noi, nel personaggio più memorabile ed emozionante della pellicola. Il regista riesce dunque, anche grazie ai dialoghi scritti con Stefano Bises e Davide Serino (premiati autori di Esterno Notte), a raccontare la delicata questione dell’immigrazione senza mai sfociare nel politico o nel didascalico, ma semplicemente mostrando l’odierna ricchezza culturale di Roma, città che accoglie, integra e assimila qualunque essere umano, trasformandolo con facilità in “romano”. Un processo visto paradossalmente come minaccia, per motivi opposti ed estremi dai due antagonisti criminali.

Gabriele Mainetti realizza così la sua opera più completa e compiuta, dove spinge al massimo quella sapiente mescolanza di generi già sperimentata nei primi due film, cambiando da una sequenza all’altra registro visivo e contenutistico. Gioca abilmente con lo stile action tipico del cinema di kung-gu (il cosiddetto gongfupian) ma anche di un certo tipo di cinema americano, reggendo senza problemi il confronto con un capitolo della saga di John Wick o delle più recenti stagioni di Daredevil. Su questa base inserisce poi toccanti momenti da film romantico, in cui i protagonisti, impossibilitati dalla lingua, comunicano attraverso Google Traduttore.

Il regista romano riesce ancora una volta nella difficile impresa di riprodurre nella sua città un cinema non nostro, con un film di genere che riflette sulla società ma in maniera divertente, che raccoglie l’eredità di una certa comicità italiana ma la attualizza e la rende universale attraverso battute romanesche dette da personaggi stranieri; che emoziona e coinvolge per la semplicità della storia e l’abilità con cui è narrata; che sorprende e lascia lo spettatore meravigliato nelle mirabolanti sequenze di combattimento. Un film che dichiara potentemente che si può fare un cinema diverso in Italia, se solo le produzioni avessero il coraggio di sostenere autori come Mainetti, aprendo la strada ad altri come lui in futuro.

La città proibita
Italia 2025
Regia: Gabriele Mainetti
Cast: Enrico Borello, Yaxi Liu, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Luca Zingaretti

Roma, classe 2001. Studente della magistrale di Scienze dello Spettacolo e Comunicazione Multimediale presso l'università di Roma Tor Vergata. Ho conseguito una laurea triennale in Beni Culturali con una tesi su Mario Monicelli e la sua rappresentazione del Medioevo in "L'armata Brancaleone". Appassionato di cinema, letteratura, fumetti e videogiochi, mi piace qualsiasi forma d'arte sappia raccontare una bella storia attraverso le immagini. Per il progetto MABUSE rivesto il ruolo di redattore e speaker radiofonico.