Peacock
Peacock, Bernhard Wenger, 2024
Presentato alla 39° edizione della Settimana Internazionale della Critica (SIC), sezione autonoma e parallela della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Peacock (in originale Pfau – Bin ich echt?) è l’opera prima del giovane regista austriaco Bernhard Wenger, già regista e sceneggiatore di diversi cortometraggi dal 2013 e membro recente dell’Accademia del cinema austriaco.
Protagonista del film è Matthias, dipendente della fittizia compagnia MyCompanion. Il suo lavoro consiste nel venire “affittato” per impersonare chiunque il cliente voglia che lui sia: un figlio, un compagno, un padre, e così via. Matthias è anche il dipendente di spicco dell’agenzia, avendo ricevuto sempre ottime recensioni grazie alla sua grande dedizione, come ci viene mostrato in alcuni dei suoi incarichi durante il film. Questa fedeltà lavorativa, tuttavia, lo ha portato nel tempo a non avere una sua personalità e al non riuscire a distaccare la sua vita sociale da quella lavorativa.

Wegner gioca molto con il concetto di maschera nel film, rendendo Matthias una sorta di enorme burattino senz’anima e personalità, assenza di tratti che gli rende facile impersonare i ruoli che gli vengono affidati, proprio come se il protagonista non riuscisse a vivere senza indossare una maschera che lo trasforma in qualcun altro. Questo rende Matthias inadatto alle relazioni sociali “vere”, la sua situazione sentimentale vacilla proprio per la sua incapacità di avere un carattere che non sia modellato in base a ciò che vogliono le persone che gli stanno intorno. Proprio la rottura con la compagna, con conseguenti primi fallimenti lavorativi, porta il protagonista a realizzare che neanche lui ormai si ricorda più chi è e quale sia il suo carattere; un percorso emotivo che lo rende diffidente con le persone, facendolo sfociare nella paranoia quando inizia a essere preso di mira da un anziano insoddisfatto del lavoro svolto da Matthias con la moglie. Ma è soprattutto verso sé stesso che il giovane sfoga le proprie insoddisfazioni e incapacità di gestione del reale, fino a esplodere nella parte del finale del film, ormai incapace di controllare le proprie emozioni anche sul posto di lavoro.

L’idea di Wenger di creare una agenzia che funzioni come una sorta di app di incontri si rivela sicuramente interessante e intrigante, soprattutto per il modo in cui riesce a criticare le relazioni “artificiali” create con queste applicazioni. L’agenzia infatti spinge sulla spersonalizzazione dei propri impiegati per il mero raggiungimento del risultato, che consiste qui nel ricevere una buona recensione, unica cosa che sembra interessare anche agli stessi lavoratori. Le persone che fanno richiesta di questi “attori” pretendono un lavoro di alto livello e non tengono in considerazione il fatto di avere dall’altra parte comunque un essere umano; pensano piuttosto di aver ingaggiato un automa infallibile, rafforzando la spersonalizzazione e il concetto di maschera. È forse la spersonalizzazione, però, che lascia qualche punto interrogativo sul film: l’idea di puntare molto sui problemi psicologici del protagonista viene sviluppata in un modo forse troppo scontato, facendo capire troppo facilmente allo spettatore dove il film andrà a parare. La regia pulita e precisa non enfatizza particolarmente le sequenze in cui esplode la paranoia e la confusione di Matthias, rendendole molto meno potenti dal punto di vista visivo di quello che potevano apparire in sceneggiatura. Ne risulta su schermo una sorta di “ordinata confusione”. Da apprezzare di più invece la scelta di avere una regia semplice nella sequenza finale del film, dove il protagonista supera il limite di sopportazione della sua vita e reagisce in modo sì prevedibile ma allo stesso tempo funzionale a quanto raccontato sino a quel momento.

